Sei anni senza Mariangela Melato, antidiva e anticonformista

Sei anni oggi senza Mariangela Melato.
Antidiva e anticonformista, versatile, in una delle ultime interviste rilasciata a La Repubblica ha raccontato: “Mi vedevo diversa da tutte le altre: senza seno, senza sedere, magretta. E invece è andata bene ogni volta”

Poco prima di andarsene, ha rilasciato una intervista a Isabella Bossi Fedrigotti de “La Repubblica”, raccontando tanto della sua vita, dei suoi amori e della sua passione immensa per il cinema e il teatro. Nata a Milano, figlia di un vigile urbano e di una sarta, assieme alla sorella Anna e al fratello Ermanno hanno vissuto un’infanzia felice. Mariangela ha sempre coltivato la passione per il mondo dello spettacolo. Tanto è vero che, poco più che adolescente, ha lasciato casa per inseguire il suo sogno più grande: fare l’attrice. Prosegue così il suo racconto.

Visconti? Avevo 17 anni, ricordo il suo cappotto di cashmere. Andò così. Stava facendo dei provini a Roma per ‘La monaca di Monza’ e io volevo esserci a tutti i costi. Dissi alla mamma che andavo al cinema con un’amica e, invece, presi il treno per Roma. Incontrai il mitico Luchino e mi parve bellissimo, affascinatissimo, elegantissimo nel suo cappotto scuro. Avendomi a un certo punto presa sottobraccio, sentii per la prima volta cos’era il cashmere! Feci dunque il provino e poi Visconti chiese: “Te li taglieresti i capelli?” che io portavo lunghi, diritti, con la frangia sugli occhi, alla Juliette Greco, insomma. “Anche i piedi, signor conte” gli risposi pronta. E fui scritturata. Nella notte ripresi il treno per Milano e a casa la mamma me le diede di santa ragione. Poi, però, venne alla prima, e Visconti fu gentilissimo con lei. Li sentivo parlare, lui, il gran signore dall’italiano meraviglioso che, in dialetto milanese, per metterla a suo agio, diceva: “L’è bela, la tusa, l’è bela, però la gha anca du ball”, e la mia mamma, che si esprimeva quasi solo in dialetto, morta di soggezione, si sforzava di rispondergli in lingua: “Sì… effettivamente… signor conte… la ragazza ha le palle…”. Invece con Renzo (Arbore, ex fidanzato storico) la mamma andava giù piatta in milanese. S’immagini: lui, napoletano di Foggia, non capiva un’acca. Alla prima di “El noss Milan” con Strehler (del quale mi aveva pronosticato pessimista: “El te ciapa no, quel Strehler lì”), lei gli stava seduta accanto e pretese di spiegargli la trama, facendolo naturalmente in dialetto”.

Mariangela Melato, innumerevoli anni di carriera teatrale e cinematografica alle spalle, è sempre apparsa come una donna felicemente “normale”, e cioè intelligente, spiritosa, curiosa, semplice, sapiente. “Sapevo fin da piccola che questo era il mio mestiere, anche se mi vedevo diversa da tutte le altre che lo facevano: senza seno, senza sedere, magretta, gli occhi troppo distanti e il vocione. E invece è andata bene ogni volta, tutti i numerosi provini che ho fatto nella mia vita sono andati a buon fine, un po’ come quello con Luchino Visconti. E i ruoli, i lavori che sceglievo, anche quelli più ostici, miracolosamente hanno sempre avuto successo. Ricordo, per esempio, una ‘Fedra’ di Racine che decisi di interpretare, in versi, sia pure mirabilmente tradotti da Giovanni Raboni. Perfino Ronconi – si era mostrato perplesso quando gliene parlai. Per non dire di Renzo (sempre Arbore, ndr), che mi chiese: “Che storia sarebbe?” mi chiede. “Mah, una storia antica, greca, che finisce male, e io sono vestita di nero da capo a piedi e recito in rima”. “Neanche morto ti vengo a vedere!”. Poi però venne e fu un trionfo di pubblico.

Se non fosse riuscita a diventare attrice ha dichiarato più volte che avrebbe voluto fare la stilista, grazie al suo gusto e sentimento per gli abiti, per la loro capacità di seduzione “Non mi piacciono scollature e tacchi alti. Ho la presunzione di voler piacere per come sono, vestita in modo pudico, adatto alla mia mancanza di giovinezza. “Andate a cercare altrove” direi agli uomini cui piacciono le donne con il tacco dodici”.

E conclude la sua intervista con una affermazione, assolutamente “moderna”, che calza benissimo con i tempi che stiamo vivendo. “Penso di essermi comportata bene, prima di tutto con me stessa. Non ho mai avuto protettori di alcun genere e con un po’ di ironia me la sono cavata nelle situazioni, diciamo “scabrose”, che sono capitate anche a me. Ce la si può fare, insomma, pur senza andare a letto con regista o produttore. Per il futuro nostro, mi dispiace molto, invece, che il mondo sia così poco ospitale, così difficile per i ragazzi. E per mondo intendo, ovviamente, la natura, le città, la società, ma anche il lavoro, quello mio nel caso specifico”.

 

Il vocabolario dei series addicted: dagli spin-off alle OTP

«Sai, ieri ho visto il pilot della nuova comedy della ABC che in realtà sarebbe il remake di…». Pausa. «Aspetta. Ma hai capito cosa sto dicendo?».
Spesso i miei interventi hanno questo risvolto perché mi sembra di aver parlato un’altra lingua, come se avessi usato una forma di comunicazione aliena. E invece sono solo un’esperta del gergo televisivo usato dai series addicted. Chi è dipendente dalle serie TV sviluppa quindi anche un nuovo modo di parlare che può risultare curioso a chi è estraneo al meraviglioso mondo di OINTB, GOT e compagnia bella.

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Il lato femminista delle soap opera

Il nome “soap opera” deriva dal fatto che questo genere di prodotto, nato per la radio, veniva inframezzato da annunci pubblicitari di articoli per la casa come saponi o detersivi. Sin dalle sue origini era specificatamente pensato per un’audience di casalinghe, infatti la sua forma narrativa lenta e piena di ripetizioni favoriva l’ascolto distratto delle donne, nel frattempo impegnate nei lavori domestici. Non sembra quindi un grande esempio di empowerment. Eppure, a conti fatti, anche le soap opera hanno avuto un ruolo nell’emancipazione femminile…

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Le donne e il cinema nell’India di oggi (verso l’uguaglianza di genere)

La giovane attrice Taapsee Pannu, protagonista di vari film, al “Festival River to River” di Firenze (‘festival che celebra quest’anno il suo 18° compleanno, in coincidenza col 70° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i due paesi), sottolinea il contributo delle donne al cambiamento verso l’uguaglianza, anche se rimane molto da fare.

L’India sta cambiando e l’emancipazione femminile è uno dei segni più evidenti e dei motori di questo cambiamento. Forse a noi distratti osservatori ciò che avviene in Oriente ci sfugge e siamo ancora legati a consolidati stereotipi. Il cinema indiano è senz’altro un veicolo di conoscenza della realtà di quel grande paese che negli anni Sessanta-Settanta ha esercitato un fascino ed un richiamo sulle giovani generazioni, su quei ragazzi desiderosi di pace, non violenza, spiritualità, di fuga dall’Occidente che proprio nel ’68, esattamente 50 anni fa, spinse anche i Beatles a raggiungere Rishikesh, alle pendici dell’Himalaya, per meditare sotto la guida dell’intraprendente guru Maharishi Mahes Yogy.

È da quella loro contraddittoria esperienza (ben descritta nel documentario in bianco e nero realizzato da Furio Colombo), e riproposto al River to River dedicato al cinema indiano a Firenze (dal 6 all’11 dicembre) che lo spettatore è portato alla scoperta di una realtà in larga parte sconosciuta. Si deve infatti sapere – e ce lo ricorda l’ambasciatore indiano in Italia Reenat Sandhu – che “l’industria cinematografica indiana è la maggior produttrice di film nel mondo, con una crescita del fatturato del 27% nel 2017 e, aggiunge, oltre all’innovazione tecnologica sono i contenuti e le storie di qualità che diventano sempre più importanti per il successo”.

Le sue parole trovano un’eco anche in quelle della bella e giovane attrice indiana Taapsee Pannu, giunta a Firenze per presentare il film di cui è protagonista a fianco di Rishi Kapdor dal titolo “Mulk” del regista Anubhav Sinha.

Nel film Taapsee interpreta il ruolo dell’avvocato difensore di una famiglia di musulmani a Varanasi accusata di essere coinvolta nel piano di un attacco terroristico sulla città. Un film crudo che offre uno spaccato umano e sociale su una realtà del nostro tempo. La bella e cordialissima Taapsee, presente al Cinema La Compagnia di Firenze dove si svolge questa Rassegna e lei affronta subito il cuore del problema,, ha rilasciato un’intervista al magazine Lindro dove dichiara: “In India sono in corso grandissimi cambiamenti, enormi ma c’è ancora molto da fare per una vera uguaglianza. La cosa più interessante è che questa evoluzione sociale e dei costumi non è rappresentata soltanto dal cinema d’autore, ma anche da quello commerciale, la si riscontra al box office. I molti film destinati al grande pubblico narrano storie che infrangono tabù ritenuti un tempo inviolabili: un film, ad esempio, affronta il tema della disfunzione erettile, altri di donne che scelgono il proprio destino…o rivendicano la propria indipendenza.

Le donne sono protagoniste di questo cambiamento, ed il pubblico oggi vuole storie vere, non distanti dalla realtà com’era avvenuto prima. La mia presenza qui, per raccontare i film da me interpretati, è la conseguenza di questo cambiamento in atto, certo per una vera uguaglianza fra generi c’è ancora molto da fare, ma il cambiamento è in corso. E il cinema lo rappresenta, sfatando quegli stereotipi sull’India che ancora permangono in varie parti“.

E l’intervista di Lindro prosegue verso Selvaggia Velo, ideatrice  e direttrice di questo festival. “Ormai siamo  maggiorenni”  – mi dice – “e per l’occasione  abbiamo cercato di completare la proposta festivaliera con tavole rotonde e con la presenza del cibo come protagonista di alcune proiezioni, oltre che con dei corsi di cucina del Cescot. Offriamo al pubblico italiano un ‘idea dell’India contemporanea a 360° proponendo commedie, film importanti e cortometraggi, tematiche e storie diverse. E tra queste, una tematica importante è quella delle donne, del loro ruolo nella società, delle lotte che devono sostenere per i propri diritti. Ad esempio Chitra (nude) di Ravi Jadhav, una coproduzione con la Francia, narra la storia di una donna -Yamuna – che abbandonata dal marito con un figlio di 12 anni da mantenere,  si trasferisce dal suo villaggio a Mumbai dove l’unico lavoro che trova è quello di una modella alla scuola di nudo in un istituto d’arte. Quel film è stato bandito da vari festival internazionali”

Certo, sono passati 50 anni da quando il richiamo dell’India era forte e masse di giovani in cerca di un altrove diverso e di pratiche di meditazione, si avventuravano verso quel fascinoso mondo, abbandonando presto – come accadde anche ai Beatles sotto gli occhi attenti di Mia Farrow e di Furio Colombo – la loro spavalderia mistica. Alla quale, in Occidente si sono preferite pratiche yoga e filosofie utilitaristiche.Quel mondo dunque che si sta avvicinando. Ma ne sappiamo ancora poco tanto è vario, complesso e contraddittorio, in bilico tra modernità e tradizione.

Guida galattica ai Fandom

Social, forum, cosplay, fiere… Non c’è davvero epoca migliore per essere parte di un fandom– gli anglofoni direbbero “What a great time to be alive” (Che grande momento per essere vivi). Ma, prima di iniziare, è bene chiarire una volta per tutte cosa sia, questo benedetto fandom. Lo si potrebbe definire, in maniera molto semplice, come il raggruppamento di tutti i fan di una determinata opera, che sia letteraria, cinematografica, televisiva o musicale – campi in cui il termine è più spesso adoperato.

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Sette donne per capire il lavoro che verrà

Sette donne, un palco e dieci minuti per rispondere alla domanda: «Come sarà il lavoro del futuro?».

Dal Sole 24 Ore ci arriva una buona notizia, pubblicata da Greta Ubbiali.

Lo scorso lunedì 19 novembre, ospiti dello showroom Microsoft, ognuna di loro ha portato la propria visione, frutto di esperienze e generazioni differenti. L’evento “Donne di Futuro” è nato dall’ebook pubblicato dal Sole 24 Ore che ha ripercorso le peculiarità di cinque generazioni, dai Babyboomers alla Generazione Z, passando attraverso le conquiste della Generazione X, la libertà dei Millennials e le incertezze degli Xennials.

L’intento del progetto è quello di mettere a confronto cinque generazioni che si trovano a vivere il cambiamento del mondo del lavoro e devono immaginarsi quello del futuro.

Presenti Barbara Cominelli, direttore marketing & operations di Microsoft Italia che ha voluto sottolineare il paradosso tra il tasso di disoccupazione, maggiore tra le donne, e i tanti posti vacanti difficili da coprire per carenza di competenze digitali. «Da qui al 2020 mancheranno 135mila posti di lavoro nell’ICT. Eppure c’è un numero che fa male. È quel 40% di donne tra i 25 e i 29 anni che attualmente non studia e non lavora» ha commentato. Uno dei problemi maggiori è che le ragazze non sono attratte dalle materie STEM. Non è il frutto di incapacità femminile ma, dice la manager, di 30 anni di marketing fatto male: «è passato uno stereotipo terribile: che le donne non siano portate per la tecnologia e che i lavori tecnologici non siano cool per le ragazze». Nasce così il progetto “Coding girls”, per mostrare come la programmazione informatica non sia solo per tecnici ma che serva a dare una piccola cassetta degli attrezzi per le professioni del futuro.

Al lavoro del futuro però è necessario applicarsi fin da oggi. E lo spiega bene Monica Magri, HR & organization director di Adecco Group Italia, che nel suo intervento intitolato “Alleanza e partecipAzione per il lavoro di domani” dice «pensare al futuro come lontano è pericoloso e ci porta a procrastinare, come se fosse qualcosa che non ci riguarda da vicino. Il futuro è domani e quindi dobbiamo prepararci già oggi». Ma servono anche uno sguardo ottimista e normalità perché «solo quando non farà più clamore una donna che entra in un board o che diventa CEO; quando sarà normale chiedere un aumento senza sentirci in colpa avremo fatto tanti passi avanti».

Sara Cabitza, ingegnere aerodinamico nel team Formula1 di Renault Sport Racing, aggiunge un’altra parola chiave: competitività che – svela alla platea – «è nel dna di chi lavora in F1». La sfida infatti non è solo in pista tra i piloti ma anche tra gli ingegneri che hanno concorso a quell’obiettivo. «Quando vedo le macchine nel circuito io vedo il mio lavoro correre per la vittoria», dice fiera.

A volte il futuro riserva lavori che non ci saremmo mai immaginati da bambini. È il caso del maggiore dell’Aeronautica Militare Federica Maddalena, pilota di eurofighters, che ricorda: «da piccola non osavo sognare una carriera del genere. Negli anni ’80 non c’erano modelli di riferimento, donne pilota o militari. A dire il vero, neppure cartoni animati che proponessero figure femminili forti». Ma i tempi cambiano e dal 2000 le donne nelle forze armate possono rivestire tutti gli incarichi, senza limitazioni di genere. «Ancora non ci sono donne con il grado di generale ma, sono certa, arriveranno», osserva Maddalena. Dal palco il maggiore sprona le donne di futuro ad osare: «nei sogni e nelle ambizioni. Non abbiate paura delle vostre potenzialità perché – conclude – il cielo non ha limiti per volare sempre più in alto».

Non c’è un’unica via per realizzare i propri sogni. Lo dimostra la storia personale di Aurora Zancanaro, titolare del micropanificio Le Polveri. Dopo una laurea in chimica ed esperienze da assegnista di ricerca ha capito che non era quella la sua strada e si è reinventata. Nella lievitazione del pane Zancanaro ha trovato il suo “piano BE“, termine da lei coniato perché: «’piano B’ di solito ha una accezione negativa, un modo per minimizzare una sconfitta. Invece la aggiunta finale della ‘e’ per me significa che uno decide cosa vuole essere e cerca di avvicinarsi alla sua autenticità».

Con il nuovo millennio sono cambiati i modelli di riferimento sia nella cultura che nel lavoro. L’hanno raccontato le ultime due speaker della serata: Sofia Viscardi e Yasmin El Arbaoui, voci della Generazione Z.
Viscardi, creator e scrittrice con oltre 700mila iscritti al canale Youtube e 1.5 milioni di fan su Instagram, ha parlato delle potenzialità della rivoluzione tecnologica con cui lei e la sua generazione sono cresciuti. «Da una parte viene aspramente criticata – spiega – ma permette di fare incontrare le persone a prescindere dalle distanze fisiche creando delle community, attorno ad uno youtuber o attorno ad un argomento». E questi incontri portano a risultati fino a pochi anni fa insperati. Internet diventa un facilitatore del cambiamento e, riflette, «temi che un tempo venivano spinti solo da manifestazioni e proteste fisiche oggi hanno la possibilità di essere portati avanti da comunità on line». Dal web le proteste arrivano a migliorare le condizioni sociali delle persone. É il caso del cosiddetto movimento “MeToo” che ha acceso un faro sulla questione della sicurezza delle donne.

Yasmin El Arbaoui, studentessa di giurisprudenza, ha invece avvicinato il pubblico al mondo dei giovani smontando i clichè che li vogliono indolenti, allergici al lavoro e privi di ideali. «Sono cambiati i sogni ma non è cambiata la volontà di realizzarli» riassume El Arbaoui. Quello dei ragazzi è un universo fatto di ambizioni, desideri ma anche di lavori poco gratificanti da cui si passa mentre si cerca la propria strada. Centrale è la funzione della rete. Sui social network i giovani creano contatti, esprimono loro stessi e cercano anche lavoro «tra un video di gattini e un tweet di Donald Trump», commenta ironicamente la ragazza.

La serata si è conclusa con il monologo della carrer e comunication coach oltre che performer Valentina Capone, “Stasera non posso”. Dalle donne nella tragedia greca a Beyoncé passando per l’arte di Artemisia Gentileschi, l’attrice ripercorre la storia e rammenta alle donne in platea: «dobbiamo imparare a sostenerci tra noi, a fare squadra».

E proprio il filo rosso che unisce le diverse generazioni continuerà ad alimentare il progetto “Donne di Futuro – Generazioni a confronto sul lavoro di domani”, che vedrà presto nuovi capitoli.

Il crowdfunding salverà il mondo (del cinema)?

Il crowdfunding è una modalità di finanziamento che prevede che le persone “comuni” raccolgano in forma di contributi una somma di denaro, precedentemente stabilita, per realizzare progetti innovativi.
Nel mondo del cinema è una pratica sempre più diffusa. Negli Stati Uniti in particolare, sono ormai tantissimi i giovani registi che si affidano a questo tipo di finanziamento. Sia perché questo permette loro di avere una maggiore libertà decisionale, sia perché permette al film di farsi conoscere, prima ancora della sua realizzazione.

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Comunicazione di genere, la TV tra le pagine di un libro

“La comunicazione di genere. Prospettive teoriche e buone pratiche” (Carocci editore) scritto da Saveria Capecchi, Professoressa di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna, è un testo molto interessante da poco uscito.

Il Centro delle Donne “Orlando” di Bologna ha ospitato il 25 ottobre 2018 la presentazione del libro.
Al dialogo, hanno partecipato, Leda Guidi, co-founder della Rete Civica Iperbole di Bologna, docente della nostra LM, membro del Consiglio delle responsabili dell’Associazione Orlando, e dell’Associazione “Villes Internet”, esperta di ICT, comunità intelligenti, diritti digitali e Linda Serra, fondatrice di Girl Geek Dinners Bologna e presidente di Work Wide Women.

Come riporta la piattaforma della Comunicazione Pubblica e d’Impresa di Bologna, la guida è rivolta alle studentesse e agli studenti, giornaliste e giornalisti, operatrici ed operatori dei settori dell’informazione e della comunicazione per sensibilizzare ad adottare una prospettiva inclusiva e valorizzare la soggettività femminile.

Bisogna ampliare lo sguardo, amplificare l’empowerment femminile, le voci e i ruoli delle donne, migliorare efficacia e qualità della comunicazione pubblica, dotarsi di maggiore sensibilità, per una comunicazione più mirata e adeguata. Valorizzare le donne è un vantaggio culturale, sociale, politico. Significa rappresentare la cittadinanza, rendere la società più democratica, pluralistica, inclusiva e favorire l’occupazione femminile come vantaggio di crescita del prodotto interno lordo.

Sulla Rivista “Il Paese delle donne online”, è stato pubblicato un bellissimo articolo di Marina Pivetta, che sin dalle prime righe afferma: “Ho finito di leggere l’ultimo lavoro di Saveria Capecchi ‘La comunicazione di genere. Prospettive teoriche e buone pratiche’ ieri, lo stesso giorno in cui è andata in onda la TV Delle Ragazze di Serena  Dandini su Rai 3.  Una coincidenza che però mi ha dato modo di riflettere su quante cose siano cambiate in meglio da quegli anni Settanta o meglio da quando il secondo femminismo ha cominciato a fare i suoi primi passi. Satira e ironia fanno ormai parte di un patrimonio culturale che molte autrici e attrici maneggiano con destrezza. Si può scherzare su tutto, soprattutto su se stesse perché il senso di sé diventa baricentro di una forte identità di genere. Così l’io e il noi si intrecciano, danzano, interagiscono senza confondersi. È come se i femminismi avessero fatto evaporare ogni gabbia ideologica, sprigionando nuove libertà, nuove idee, nuovi modi di partecipare…Lo spettacolo di Dandini, è FARE cultura. E, la materialità del fare sta nella mimica, nella didascalia, nella graffiante sinteticità di chi interpreta nuovi modi di essere donna”.

E prosegue: “Il libro della Capecchi è prezioso proprio perché permette di mettere ordine. Di capire dove collocare l’emancipazionismo, l’egualitarismo, il pensiero della differenza, la cultura di genere, le pari opportunità, il post femminismo, l’empowerment, il determinismo  biologico, il sesso, il genere, la teoria del gender…”.

Gender gap: donne svantaggiate nel grande e piccolo schermo

Con gender gap s’intende la disparità di trattamento che subisce una categoria di individui in base al suo genere di appartenenza. Si tratta di un fenomeno globale che ancora oggi preoccupa la società. Storicamente sono le donne ad aver subito più discriminazioni in tutti gli ambiti della vita, sia pubblica che privata: dall’istruzione al lavoro, dalla politica alla salute.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo problema, dal 2006 il World Economic Forum calcola il livello di gender gap in 135 paesi. I risultati dell’indagine vengono pubblicati in un resoconto a cadenza annuale: il Global Gender Gap Report.

I dati mostrano che c’è ancora molta strada da fare per raggiungere la parità effettiva dei sessi. Anche nel mondo occidentale le donne fanno ancora fatica a farsi strada in ambienti dominati dagli uomini.

Perfino nel cinema, uno dei settori più creativi e innovativi della cosiddetta “industria culturale”, le donne sono ancora una minoranza. Per raggiungere il successo devono superare molti più ostacoli degli uomini.

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Secondo Piano Scala B inizia le selezioni per il casting!

Con quale criterio si sceglie un attore per un film?

Come si svolgono i provini  per un film o per una serie? In questo articolo vogliamo conoscere meglio il lavoro del Casting Director e cosa vuol dire affrontare un provino.

Il Casting Director è la persona che si occupa di mettere in contatto, attraverso i loro agenti, gli attori con i registi. Lavora assieme al regista al fine di mettere insieme il migliore cast possibile.

Il regista fornisce al casting Director una sinossi sui personaggi, una descrizione breve di ognuno di loro, di come li immagina, delle loro particolarità e delle caratteristiche che li contraddistinguono. Insieme iniziano quindi a formulare delle ipotesi su quali attori potrebbero corrispondere ai personaggi. Una volta identificati i migliori interpreti per ognuno dei ruoli, il Casting Director contatta le agenzie, prende accordi con gli agenti ed organizza i provini.

Solitamente il primo appuntamento serve per far incontrare l’interprete con il regista e con il produttore; per permettere loro di discutere con l’attore delle specifiche del personaggio e delle fasi produttive. L’attore ha già un’idea della parte che gli viene offerta, ha già valutato la proposta con il suo agente e quando incontra il regista, è pronto ad affrontare il provino che, quasi sempre, è “su parte”. Cosa vuol dire? L’attore viene inquadrato da una macchina da presa mentre interpreta qualche scena relativa al ruolo per cui è stato chiamato.

Sulla base delle necessità del film o della serie, il regista sceglie gli interpeti più adatti al suo progetto che vengono poi contattati dalla produzione per stabilire il contratto.

Un in bocca al lupo a tutti gli attori selezionati per i provini di Secondo Piano Scala B!!