Luca Biscontini, critico cinematografico e capo redattore di Taxi Drivers: “Il mio motto? Eccedere e non cedere”

A voi la nostra nuova intervista a Luca Biscontini, critico cinematografico e capo redattore di Taxi Drivers, oltre a collaborare per diverse testate online e offline.

Luca Biscontini nasce nel 1974, anno in cui nelle sale italiane giungevano film straordinari, quali Profumo di donna, C’eravamo tanto amati, Gruppo di famiglia un interno, Il portiere di notte, Chinatown e La conversazione. La Settima arte lo ossessiona da sempre, tanto che si dice che già a dieci anni organizzasse cineforum obbligatori, in cui, alla stregua del potentissimo professor Guidobaldo Maria Riccardelli del Fantozzi di Salce, costringeva i suoi giovani amici a visioni estenuanti dei classici della cinematografia. Ama i film di Pasolini, Tarkovskji, Orson Welles, Carmelo Bene, Godard, Fellini, Rossellini, ma non disdegna il cinema popolare, ruspante, quello delle risate grasse, magari anche sguaiate. Perché non gli piace immedesimarsi, preferisce essere libero di muoversi negli spazi, tra profondità e superfici. Da più di quindici anni si occupa di critica cinematografica. Da dieci è caporedattore della rivista indipendente Taxi Drivers, ma ha collaborato e collabora con diverse testate cartacee e on line. Ha pubblicato vari saggi e articoli. Attualmente lavora a un testo sul cinema di Carmelo Bene. Non ama i professori, i baroni, quelli che si mettono in cattedra. Il suo motto è: “Eccedere e non cedere”.

Il film “Secondo Piano Scala B” racconta la storia di 5 protagoniste che hanno caratteristiche molto diverse fra loro: una è accomodante, una è impulsiva, una non riesce a dire no, un’altra è molto risoluta…Abbiamo chiesto alla nostra community sui social di dirci che cosa avrebbero voluto chiedere ad un gruppo di 5 donne pronte all’azione, come le mitiche Charlie’s Angels! Tu cosa chiederesti loro?
Considerando che le donne oggi, al netto delle differenze che le contraddistinguono, sono accomunate dal sacrosanto desiderio di realizzarsi, anche e soprattutto al di fuori di alcuni consunti schemi che oramai non sono più – per fortuna – operativi, gli chiederei non tanto di raccontare le loro esperienze in riferimento alle relazioni con il genere maschile, quanto, piuttosto, di sapere cosa pensano di quella dimensione più ancestrale e viscerale che è la maternità.

Il film “Secondo Piano” è pensato per essere fruito sui tre media, cinema, TV e web. Che ne pensi della transmedialità di un prodotto cinematografico? Ti piacerebbe vederlo realizzato?
La transmedialità è già realtà da un pezzo, per cui opporvisi sarebbe reazionario, nostalgico e anche un po’ sciocco. Ciò non toglie che la completa cessazione delle forme classiche di fruizione comporterebbe senz’altro una trasformazione radicale (probabilmente anche un impoverimento) del rapporto dello spettatore con l’opera. Il sospetto che da tempo nutro è che ciò che prima era “opera” possa diventare “prodotto”, ovvero che si passi dalla modalità della fruizione a quella del consumo, che è anche quella che si instaura con le merci. Ma forse la mia è una paura infondata, laddove un’opera degna di questo nome dovrebbe rimanere comunque inconsumabile.

Ci parli del tuo lavoro in Taxi Drivers?
Sono nato con Taxi Drivers, cinematograficamente parlando, una rivista che dal 2006 non ha mai smesso di dare il suo contributo in termini di informazione e approfondimento. Da anni ricopro il ruolo di caporedattore, il che mi consente di vivere e respirare cinema quotidianamente, circostanza che non può che rendermi felice. Anche perché la mia funzione mi mette nella condizione di spaziare a trecentosessanta gradi: oggi più che mai il cinema richiede che si instauri con esso un rapporto sfaccettato, frammentato, così come è, d’altronde, la realtà in cui viviamo. Migliaia d’immagini ci danzano intorno: ma non ci si deve arroccare, rifiutarle, piuttosto capire quali fra di esse – operazione tutt’altro che facile da compiere – fanno la differenza.

Quando e come è nata in te la passione per il Cinema?
Amo da sempre il cinema, fin dai tempi del Liceo, in cui partecipavo ai cineforum che di tanto in tanto venivano organizzati. Allora scoprii Kubrick e tantissimi altri grandi autori, anche se, ci tengo a sottolinearlo, il mio primo grande amore cinematografico fu per Federico Fellini, a cui devo tutto. Da ragazzo, facevo un sogno ricorrente: mi trovavo in via Margutta a Roma, dove lui viveva; lo vedevo mentre camminava contornato da tutta una sarabanda di maestranze che non lo mollava mai. Io mi facevo largo in essa, gli stringevo la mano e poi, timidamente, gli chiedevo: “Posso chiamarla maestro?”.

Cinque nomi di attrici nazionali o internazionali che a tuo parere hanno fatto la storia del cinema…
Oltre alla mia adorata Claudia Cardinale (una vera e propria ossessione), direi Jeanne Moreau, bravissima e naturalmente drammatica; Audrey Hepburn, un modello di donna anticonvenzionale, sofisticata ed elegante; la straordinaria Anna Magnani, viscerale e penetrante; Ingrid Bergman, con quel volto moderno e antico al tempo stesso. Potrei dirne tantissime altre, chiaramente. Queste sono le prime che mi sono venute in mente.

Almeno cinque nomi di attrici emergenti da tenere d’occhio…
A livello internazionale, direi Ellen Fanning, un’attrice con un’aura di purezza che da tempo non si vedeva. Nel panorama italiano, invece, mi piace la tenacia di Dafne Scoccia, dotata di quell’aspetto così naturalmente sanguigno che è divenuto sempre più raro.

Cosa farai domani – i tuoi progetti per il futuro…
Continuerò a vivere di cinema. Non saprei fare altro (e non voglio fare altro).

Le mitiche Charlie’s Angels della serie TV tornano al Cinema nel 2019!

Charlie’s Angels è un film del 2019 scritto e diretto da Elizabeth Banks. Si tratta del remake della celebre serie TV.

La pellicola si basa sulla serie televisiva omonima creata da Ivan Goff e Ben Roberts, e funge da sequel sia della serie sia dei film precedenti.

Il film vede la partecipazione di Kristen Stewart, Naomi Scott, Ella Balinska, Elizabeth Banks, Djimon Hounsou, Noah Centineo, Sam Claflin e Patrick Stewart. Sarà distribuito nelle sale degli Stati Uniti il 15 novembre 2019 dalla Sony Pictures.

La trama coinvolge una giovane programmatrice al lavoro su un prodotto dal grande potenziale, ma che può essere facilmente strumentalizzato nella maniera sbagliata.
La clip di Charlie’s Angels che finora è stata distribuita, è ricca di inseguimenti, esplosioni, sequenze di combattimento sapientemente coreografate, molti gadget futuristici e una sana dose di adrenalina, come quando il personaggio di Stewart, vestito con un completo da fantino di cavallo, lancia un dispositivo di localizzazione sul retro di un auto in corsa. La colonna sonora è di Grande.

Su Instagram, Grande sottolinea che, oltre ad aver contribuito al brano, è stata anche produttore esecutivo della colonna sonora. Definisce l’esperienza come “la cosa più dannatamente cool del mondo”, aggiungendo: “Sono oltremodo grata per questa opportunità. Non vedo l’ora che tutti ascoltino la nostra musica e vedano questo film fenomenale”.

Charlie’s Angels è appunto la serie televisiva che tutti conosciamo, prodotta da Aaron Spelling e Leonard Goldberg, andata in onda dal 1976 al 1981 sul canale statunitense ABC.

I tre “angeli” della prima stagione sono Sabrina Duncan (interpretata da Kate Jackson), Jill Munroe (Farrah Fawcett) e Kelly Garrett (Jaclyn Smith).
La serie poliziesca è caratterizzata da un intreccio “giallo” che perde valore rispetto ad altre componenti più spettacolari, come la violenza espressionistica o le imprese rischiose.
La serie basa la sua riuscita sull’introduzione di tre ragazze-detective in un genere caratterizzato per lo più da protagonisti maschi e su una messa in scena luminosa e patinata, come si addice alla TV degli anni ’70.

Oggi tornano con travestimenti, marchingegni tecnologici, inseguimenti ed esplosioni, ma soprattutto con un trio di protagoniste agguerritissime: insomma non mancano tutti gli ingredienti del caso per gustare le Charlie’s Angels in una nuova reincarnazione cinematografica!

Diavù, David Vecchiato si racconta nell’intervista su Secondo Piano Scala B

David Diavù Vecchiato è tra i più noti e attivi street artist italiani.

È presente sulla scena editoriale e creativa dagli inizi degli Anni Novanta. Oltre ad aver pubblicato numerosi fumetti, copertine e illustrazioni (su La Repubblica, La Repubblica XL, Frigidaire, Blue, Il Cuore, Alias, Linus, Rockstar, Rumore), la sua prima partecipazione a una esposizione collettiva è del 1996 all’Happening Internazionale Underground di Roma e Milano, che gli ha dedicato la prima personale nel 2002.
Numerose le mostre in Europa, Asia e negli Stati Uniti. Ha realizzato una personale per La Triennale di Milano/OFF e, tra le collettive, ha esposto al Museion di Bolzano, al Madre di Napoli e in altri musei italiani e internazionali.
Alterna l‘attività visual e curatoriale alla musica. È consulente di collezionisti privati e direttore artistico del progetto Mondopop, che promuove artisti di tutto il mondo vendendo opere e producendo mostre, performance, installazioni ed eventi live. Cura il Festival itinerante di Urban Art, Lowbrow e Pop Surrealism “Urban Superstar Show”.
Dal 2010 è curatore del progetto di Street Art MURo Museo Urban di Roma, museo a cielo aperto da lui ideato e dal 2015 collabora con Sky Arte.
Dal 2016 è ideatore e curatore del progetto GRAArt per conto di ANAS, progetto di Urban Art realizzato a Roma e patrocinato dal MiBAC.
Insegna Fenomenologia delle Arti Contemporanee all’Istituto Europeo di Design di Roma.

Ci puoi raccontare le ultime esperienze di cui ti sei occupato? Quali sono i progetti che segui attualmente?
In questi giorni ho terminato dei murales nel territorio del Municipio VII di Roma che fanno parte del MURo Festival, un progetto che prevede murales di artisti italiani e internazionali, 2 rassegne di documentari, 4 tavole rotonde e una mostra, in un calendario che va da aprile a novembre 2019. MURo (Museo di Urban Art di Roma) è il progetto di Arte Urbana che ho avviato nel quartiere Quadraro dieci anni fa e che si è poi ampliato in tutta Roma, dal quale è nata l’Associazione omonima che fa arte in tutta Italia e l’omonima serie di documentari TV sulla Street Art che ho curato per Sky Arte. Dopo tanti anni di produzioni artistiche a contatto con la strada – ovvero in relazione con la quotidianità delle persone – ci siamo decisi di affrontare pubblicamente alcune tematiche che ruotano attorno al fare arte negli spazi pubblici e condivisi, e abbiamo deciso di farlo coinvolgendo membri di istituzioni italiane e internazionali e vari studiosi tra storici dell’arte, restauratori, avvocati, ecc.

Facendo un passo indietro nel tempo, qual è stata l’urgenza che ti ha “mosso” in particolare verso la street art, rappresentando per buona parte il mondo del Cinema? Cosa ti deve colpire quando scegli il soggetto, quando crei un personaggio cinematografico o racconti una storia?
Verso la Street Art mi ha spinto l’esigenza di essere artista in modo differente dalla figura stereotipata degli artisti del Novecento. Non volevo insomma fare la mia arte da una specie di Olimpo distante dalla quotidianità delle persone comuni – comuni come lo sono anch’io – in cui l’artista-genio crea solo per frequentatori di gallerie e musei in grado di capire ed interpretare le sue produzioni. Più del mercato dell’Arte Contemporanea di prestigiose fiere e gallerie a me interessa che la mia arte sia alla portata di tutti, anche a costo di adattare la mia ricerca stilistica per andare incontro a una più semplice comprensibilità, perché credo fortemente nel potere politico dell’arte. E l’arte in strada può essere potente se un’opera diviene un simbolo. Per farti un esempio, ho iniziato a dipingere attori e registi in strada nel 2014, proprio quando un comitato di quartiere, a Torpignattara, ha chiesto a me e MURo di realizzare opere di Street Art in grado di stimolare la riapertura di un edificio enorme chiuso da decenni, lo storico Cinema Impero. Scelsi di dipingere Pasolini, Anna Magnani, Mario Monicelli e i fratelli Citti in un territorio che è stato il set urbano di molti loro film, e su un cinema oggi chiuso che molti di quei film li ha proiettati. Abbiamo così richiamato in strada giornalisti, amministratori locali e ci fu una diretta tv della Rai, e tutto ciò accese i riflettori su quel luogo aiutando a stimolarne la riapertura. Ora è un’importante scuola di Teatro, e presto riaprirà anche la sala cinema.

Cosa ti affascina maggiormente della street art? Perché è un linguaggio che cattura l’attenzione di persone e personalità molto diverse tra loro?
La Street Art è effimera, nel senso che negli anni scompare dal muro su cui è dipinta e non ne resta traccia. È impermanente, proprio come noi. Eppure viene continuamente fotografata e diffusa in tutto il mondo in modo capillare tramite web e social network. Questa apparente contraddizione mi affascina. Ma mi affascinano anche le reazioni delle persone di fronte alle opere, dalla sorpresa alle critiche, dalla curiosità alle lodi, fino alle contestazioni, c’è sempre molta vita attorno alla realizzazione dei murales. È un’arte che crea un dibattito pubblico che difficilmente altre pratiche ed espressioni artistiche riescono a provocare.

Hai lavorato e lavori con molti giovani universitari. Qual è il loro approccio verso l’arte, a tuo avviso?
Generalizzando direi che subiscono più il fascino della Street Art che dell’arte in genere, perché un artista che è sospeso a decine di metri su un palazzo a dipingerne la facciata o che agisce anonimamente di notte lasciando tracce di sé nelle strade della città , è un esempio di libertà che attrae la curiosità dei più giovani. Ma questo a volte è solo un elemento di attrazione e, in realtà, sono molto interessati anche alle diverse tecniche usate nell’arte urbana e ai diversi motivi per cui la faccio. Da parte mia cerco di lavorare il più possibile in progetti e contesti in cui sono coinvolti studenti di ogni età, perché credo che la formazione e la crescita stessa di un individuo non possano prescindere dall’acquisizione di un proprio senso estetico e dalla conoscenza dell’arte.

Parlando del film “Secondo Piano Scala B”, su quale media ti piacerebbe vederlo (cinema, TV, web) e perché?
Il medium è il messaggio” dice la celebre massima di McLuhan, dunque se si ampliano i media di fruizione di un prodotto si rende più trasversale anche il messaggio di cui è portatore? Chissà, nel dubbio dovremmo poter vedere ormai i film su ogni mezzo tecnologico possibile, anche se io personalmente ti confesso che non amo gli schermi piccoli (smartphone, tablet…) perché mi piace essere avvolto dalle immagini più che tenerle in una mano. E forse anche per questa ragione dipingo grandi opere in strada. Dallo schermo del cinema a quello di un drive in, fino alla proiezione sulla facciata di un palazzo, ecco, questi sono i mezzi sui quali preferirei vederlo.

Ultima domanda: in cosa è stra-ordinaria la tua vita? Quale aneddoto o episodio o evento vissuto ti ha fatto pensare di aver raggiunto un traguardo?
In campo professionale penso di aver raggiunto diversi traguardi, ad esempio importanti committenti o collaborazioni prestigiose e soddisfacenti, ma siccome credo che l’arte sia fondamentalmente relazione, uno dei momenti più intensi del mio lavoro è stato quando nel 2013 ho conosciuto Sisto Quaranta, un uomo che fu deportato dai nazisti assieme ad altri 946 giovani e adulti del Quadraro il 17 aprile del 1944 e miracolosamente tornato vivo. Un paio di anni fa ho dipinto un murale con Sisto, a pochi mesi dalla sua morte. Per il resto non sono mai veramente soddisfatto nel lavoro, mi piace cercare di fare qualcosa di diverso in ogni nuova opera e progetto – soprattutto perché mi annoia ripetermi – quindi ad ogni opera cerco di spostare la mia ricerca un passo più in là, a costo di deludere chi si affeziona a una visione che ha di me e del mio lavoro, e vorrebbe appiccicarmela addosso come un’etichetta per vedere prodotto da me sempre quel tipo di immaginario. Ciò che rende davvero stra-ordinaria la mia vita però non è il lavoro, sono le persone che ho attorno e che amo.

Immagine di copertina: “Appia-Latina”, progetto MURo mARkeT (Mercato Menofilo, via Menofilo/via Lagonegro. Quarto Miglio, Roma).

“Close your eyes and make a wish, open them and go for it”, Barbara Braghin, personal trainer

Close your eyes and make a wish, open them and go for it
Barbara Braghin
è una personal trainer italiana che da anni vive a Los Angeles, e che ha fatto della sua passione un lavoro, grazie al quale incontra personalità piuttosto speciali, come Mr. Arnold Schwarzenegger! Leggiamo la sua intervista.

Il film “Secondo Piano Scala B” racconta la storia di 5 protagoniste che hanno caratteristiche molto diverse fra loro: una è accomodante, una è impulsiva, una non riesce a dire no, un’altra è molto risoluta, e infine una è illusa nel suo presente: quale tipo di donna ti senti di più?
Credo siano tutte caratteristiche che un po’ mi appartengono a seconda di diverse situazioni o relazioni. Sicuramente in gioventù ero molto più impulsiva e risoluta, poi alcune esperienze mi hanno cambiata e ora mi sento una donna equilibrata e serena.

Ci parli del tuo lavoro di personal trainer in LA? Quando e come è nata in te questa passione che ora è diventata un lavoro?
Il mio lavoro di personal trainer si basa sulla passione per il fitness che ho riscoperto qui in California quando mi sono trasferita una decina di anni fa. Frequentavo classi presso la famosa Gold’s gym di Venice Beach, quando un giorno la fitness manager mi ha suggerito di certificarmi come istruttrice di classi. L’ho presa un po’ come una sfida senza pensare ad un futuro in questo campo. Giorno dopo giorno, con studio e preparazione, mi sono resa conto che era ciò che mi faceva stare bene e che avrei dovuto perseguire la carriera da personal trainer. La mia filosofia sul training si basa non solo nel rendere le persone più attive e in forma fisicamente ma renderle più consapevoli, sicure e forti anche mentalmente ed emotivamente. Al momento oltre ad insegnare a classi presso varie palestre qui a Los Angeles, alleno i miei clienti presso studi privati, nelle loro abitazioni o all’aria aperta tra parchi e spiagge.

In cosa è stra-ordinaria la tua vita? Quale evento vissuto ti ha fatta sentire bene, ti ha fatto sentire di poter dire: “Ho raggiunto un traguardo?”
La straordinarietà della mia vita consiste nel non lasciarmi trascinare da eventi negativi e di cercare sempre il lato positivo in qualsiasi situazione.
Ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno creduto in me dicendomi che avevo un talento: quello di saper trasmettere energia alle persone, farle sentire a proprio agio e spronarle a migliorare.
Il mio business si basa su un motto che ho creato e che rispecchia la mia personalità: “Close your eyes and make a wish, open them and go for it” – Chiudi gli occhi ed esprimi un desiderio, poi aprili e raggiungilo.
Non dimenticherò mai il giorno in cui mentre allenavo un cliente alla Gold’s gym, Mr. Arnold Schwarzenegger mi prese sotto braccio, iniziò a parlarci dell’importanza del raggio di movimento nell’esecuzione degli esercizi e poi rivolto al mio cliente disse “She’s the best trainer!”
Mi inchinai per ringraziarlo e per poco non gli baciai i piedi!

L’archeologa Silvia Cipolletta si racconta su “Secondo Piano Scala B”

Silvia Cipolletta è un’archeologa romana che ci ha raccontato qualcosa di sé e del suo lavoro…

Il film “Secondo Piano Scala B” racconta la storia di 5 protagoniste che hanno caratteristiche molto diverse fra loro: una è accomodante, una è impulsiva, una che non riesce a dire no, un’altra è molto risoluta, e infine una è illusa nel suo presente: quale tipo di donna ti senti di più?

Credo di essere molto risoluta. Sono stata sempre una persona razionale, che vede la realtà in maniera molto pratica. Chi mi conosce dice che sono integerrima, quasi generalessa (ah ah ah), ma io sono orgogliosa di essere così. Affronto la vita prendendola di petto, non con impulsività, ma vivendo ogni istante al 100%.

Ci parli del tuo lavoro di archeologa? Quando e come è nata in te questa passione che ora è diventata un lavoro?
Sono un’Archeologa con la A maiuscola, mi piace definirmi così. Non è presunzione, ci sono tante colleghe archeologhe brave e capaci, ma quell’affermazione è frutto della soddisfazione personale nell’essere diventata quello che volevo, senza l’aiuto o la raccomandazione di alcuno, ma con la volontà e la determinazione.
Ero molto piccola, facevo la seconda o forse la terza elementare, quando, di ritorno da un gita ad Ostia Antica, dissi a mia madre che avrei fatto il liceo classico e poi l’università perché volevo diventare un’archeologa. Ricordo che mia madre mi rispose che c’era tempo e che avrei avuto modo di decider con calma cosa avrei fatto da grande. E invece il tempo è passato e questa passione non si è affievolita, anzi è cresciuta alimentata anche da insegnanti che mi hanno fatto amare la storia.
Il mio lavoro è il più bello del mondo, ma io sono di parte e non sono obiettiva. E’ il lavoro della mia vita, ma non è tutto rosa e fiori. Le difficoltà ce ne sono, e non poche, come la particolarità di lavorare costantemente in un ambiente maschile, solo maschile, con le caratteristiche che lo compongono, come i ritardi nei pagamenti etc.
Con il tempo ho imparato a gestire tutti questi aspetti, ma sicuramente una gran volontà e la grande passione mi hanno reso il compito più facile.
Mio marito dice sempre che quando sono in cantiere i miei occhi brillano di una luce particolare, anche quando torno a casa dopo una giornata lunga.

In cosa è stra-ordinaria la tua vita? Quale aneddoto o episodio o evento vissuto ti ha fatta sentire bene, ti ha fatto raggiungere un traguardo?
Non so se agli occhi degli altri la mia vita sembra stra-ordinaria. Io credo che lo sia perché a quarant’anni mi sento realizzata, come donna e come professionista. Credo che lo sia perché riesco a conciliare il mio essere moglie, mamma e archeologa (archeologa che lo fa davvero sul campo). Queste sono le mie tre anime e riuscire a gestirle tutte tre, ad incastrarle in modo perfetto come un puzzle mi fa vedere la mia vita come straordinaria.
Non c’è un aneddoto in particolare che mi ha fatta sentire bene; io sono felice ogni volta che ho le mani nella terra, intenta alla ricerca di qualcosa che appartiene al nostro passato. Mi sono sentita realizzata, quando ho dovuto recuperare e sistemare come nuova una documentazione archeologica (perché nella cooperativa di cui sono socia mi occupo anche della redazione e sistemazione delle documentazioni dei cantieri), redatta da altri e proveniente da un cantiere in cui io non ero mai stata e sono riuscita a farlo, ottenendo il plauso dei miei colleghi e della soprintendenza.
Ultimamente sono stata gratificata dall’affermazione di una maestra di una classe di bambini, con cui ho fatto un laboratorio di archeologia, la quale mi ha elogiata per la mia capacità di trasmettere ai bambini nozioni a volte difficili con semplicità e passione.
Ogni giorno in cui riesco a svolgere bene il mio lavoro è un traguardo.

David Diavù Vecchiato, street art e Cinema

Se passi per Cinema Impero, a Roma, trovi che qui la street art ha fatto in modo che la vicenda di questo cinema e del suo quartiere non venisse dimenticata. Lì dove un tempo c’erano le locandine dei film lo street artist David Vecchiato, in arte Diavù, ha riportato in vita ì quattro grandi protagonisti del cinema italiano, tutti legati al quartiere Torpignattara: Mario Monicelli, Anna Magnani, Sergio e Franco Citti, per finire con Pier Paolo Pasolini.

E così all’Università Roma Tre,  Nella sua lezione aperta al pubblico nell’Aula Parco dell’Università, durante la quale ha presentato il progetto di nuove 10 opere su 7 muri dedicate al cinema e ideate e realizzate per la sede del DAMS con l’obiettivo di portare questa nuova forma d’arte all’interno degli atenei italiani, ha esordito così: «Mi sono proposto di dipingere alla mia maniera dei fotogrammi tratti da 10 film che ritengo importanti, sia personalmente che nell’evoluzione stessa del linguaggio cinematografico”. Diavù è una delle firme italiane più importanti dell’Urban Art, curatore di MURo (Museo di Urban Art di Roma), di GRAArt e della serie tv “Muro” per Sky Arte.

L’artista ha deciso di celebrare il Cinema, uno dei temi a cui si ispira spesso nelle opere che esegue negli spazi pubblici – come le sue famose scalinate romane dedicate a grandi attrici – al punto che di recente il volume francese “Street Art e Cinema”, che raccoglie le opere di Street Art ispirate alla settima arte da tutto il mondo, gli ha dedicato un ampio focus – sulle pareti dell’Aula Parco di Roma Tre, e di farsi aiutare in questo anche dagli studenti dell’ateneo.

“Quando cito icone e scene dall’immaginario cinematografico per realizzare i miei dipinti, lo faccio sia perché il Cinema è una mia grande passione, sia perché è un linguaggio universale che da centoventi anni arriva immediatamente alle persone”.  “Dipingere opere per il DAMS è per me un sogno che si realizza – ha spiegato l’artista – perché è il corso di laurea che ha visto tra i suoi studenti dei compianti geni che ho molto amato, dagli artisti Andrea Pazienza a Freak Antoni alla curatrice Francesca Alinovi, prima in Italia ad approfondire il fenomeno dei Graffiti quasi 40 anni fa.

I primi interventi urbani di Poster Art di Diavù risalgono al 1992 e dello stesso anno sono le prime pubblicazioni di suoi fumetti ed illustrazioni. Prima che nelle gallerie ha dunque mostrato la sua arte in strada e su carta stampata. La sua prima mostra è nel 1996, all’ Happening Internazionale Underground di Roma e Milano, ha esposto poi in Europa, Asia ed USA e dal 2007 ha curato la direzione artistica della galleria d’arte e art shop MondoPOP di Roma. Tra i primi curatori in Italia a portare Urban Art nei musei e i musei in strada, ha curato il festival Urban Superstar Show (dal 2009 al 2012, al MADRE di Napoli e alla Galleria Provinciale di Cosenza) e nel 2010 ha dato vita al progetto di Arte Urbana MURo (Museo di Urban Art di Roma). Dal 2013 cura su Sky ARTE HD la serie di documentari sulla Street Art MURO. È direttore artistico del progetto GRAArt che ha realizzato 17 murales attorno al Grande Raccordo Anulare, da lui ideato e diretto per ANAS.

Armanda Salvucci ci racconta il suo progetto ‘Sensuability’

Lei si chiama Armanda Salvucci, ha aderito alla nostra iniziativa #raccontiamoci…Qui ci parla del suo progetto ‘Sensuability‘ molto speciale e interessante….

Il film “Secondo Piano Scala B” racconta la storia di 5 protagoniste che hanno caratteristiche molto diverse fra loro: una è accomodante, una è impulsiva, una non riesce a dire no, un’altra è molto risoluta, e infine una è illusa nel suo presente: quale tipo di donna ti senti di più?
Non credo di poter fare una distinzione così netta. Direi di base sono una donna impulsiva ma fortemente risoluta e questa caratteristica l’ho riscoperta in questi ultimi tre anni per diversi motivi.

Su quale media ti piacerebbe vedere “Secondo Piano Scala B” (cinema, TV, web) e perché?
Ovviamente mi piacerebbe vederlo al cinema, ma se così non fosse il web potrebbe essere un importante mezzo di distribuzione. Penso a film come “Donnie Darko”, che, rifiutato nei circuiti cinematografici, ha avuto un enorme successo grazie alla diffusione su Internet e al passaparola.

Ci parli del tuo progetto ‘Sensuability? Quando e come è nata l’idea di realizzarlo? Che percorso stai seguendo ora?
È un progetto di sensibilizzazione il cui obiettivo è eliminare gli stereotipi e pregiudizi relativi la sessualità e la disabilità, proponendo una nuova cultura della disabilità che agisca attraverso tutte le forme d’arte, dalla cinematografia alla fotografia, alla pittura alla musica e al fumetto..
Il tema ovviamente ha permeato tutta la mia vita e ad un certo punto ho deciso di espormi in prima persona per sfatare alcuni stereotipi sulla sessualità e soprattutto per dimostrare che disabilità non fa rima con castità. Perché nel nostro Paese si parla poco di questo argomento e quando lo si fa, spesso lo si fa male. I disabili vengono visti sempre come eterni bambini, che possono aspirare a una “affettuosità” ma mai a una sessualità. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando una famosa regista ha pubblicato, in vista del suo nuovo film, un casting per un nano che facesse tenerezza. Quando ho letto la notizia sui giornali ho capito che dovevo fare qualcosa: del resto chi meglio di me che vivo questi stereotipi sulla mia pelle, poteva farlo? Senza pietismi e pesantezza. Così nel 2016 ho ideato Sensuability. Abbiamo realizzato un cortometraggio nel 2017 e a ottobre 2018 è partito il concorso Sensuabilty & Comics aperto a tutti gli appassionati illustratori e fumettisti ai quali abbiamo chiesto di ridisegnare un nuovo immaginario erotico di corpi non perfetti ma estremamente sensuali. Il 14 febbraio abbiamo inaugurato la mostra “Sensuability: ti ha detto niente la mamma?” Durante questo San Valentino ‘alternativo’, sono state esposte 72 opere, tra fumetti e illustrazioni, realizzate dai partecipanti al concorso e tavole donate da grandi artisti quali Milo Manara, Fabio Magnasciutti, Mauro Biani, Frida Castelli, Luca Enoch e tanti altri. Durante l’evento sono stati premiati i vincitori del concorso, selezionati dalla giuria presieduta dal maestro del fumetto erotico Milo Manara.

In cosa è stra-ordinaria la tua vita? Quale aneddoto o episodio o evento vissuto ti ha fatta sentire bene, ti ha fatto raggiungere un traguardo?
Non so se la mia vita può essere definita straordinaria. Complessa, diversa, bella, tosta, divertente, come tutte… di episodi che mi hanno fatto sentire bene ce ne sono stati tanti ma sicuramente l’ultimo ha segnato uno spartiacque, un passaggio interiore importante. Avevamo appena finito di allestire la mostra Sensuability, ero seduta al centro della sala davanti alle opere ben sistemate e soffermandomi su ognuna scorrevano nella mia mente il primo contatto, l’attesa, la consegna della tavola degli artisti famosi, il concorso, le adesioni, la paura che ci fossero poche partecipazioni, le tavole consegnate, l’emozione nel vedere quanto i ragazzi fossero entrati nel progetto. Beh, ad un certo punto ho sentito la stessa sensazione che si ha quando incontri per la prima volta la persona che ami o amerai. Ho pensato: “È qui, è lei, ce l’ho fatta”. Una sensazione che ancora oggi non mi abbandona.

Cosa farai domani? (Progetti per il futuro…)
Continuerò a lavorare su Sensuability, a raccogliere fondi per la terza fase del progetto, il mockumentary, a cercare spazi dove esporre la mostra e soprattutto a tentare di cambiare le cose.

Francesco Rugiero, stilista: un nuovo contributo per #raccontiamoci

Francesco Rugiero è uno stilista e designer di Milano, e ci ha voluto raccontare la sua storia e il momento in cui…ha sentito di aver raggiunto un traguardo.

La sua passione per la moda e il design ce l’ha sin da piccolo, da quando copiava a mano tutti i disegni e le linee di stilisti famosi, come Roberto Capucci o Pierre Cardin. Si definisce un designer a 360 gradi, gli piace pensare di poter realizzare più cose possibili, in diversi campi.
“Vorrei che le persone apprezzassero l’artigianalità dei miei lavori, lo studio e la creatività e ne comprendessero la storia” afferma.

“La volta in cui ho pensato di aver raggiunto un traguardo è stato quando ha dato vita al mio marchio 8RF”, si confida. “Il marchio 8RF nasce dalle mie iniziali e dal numero 8, il mio numero (sono nato il giorno 8 alle ore 8:08). Arrivo da una formazione tecnica di studi dell’abbigliamento. Ho iniziato a 14 anni dall’Istituto Statale D’Arte con indirizzo moda e costume, dove c’era molto laboratorio e molta pratica. Successivamente ho scelto Roma come città, frequentando l’Accademia più classica che ci sia al mondo. Ore immerso tra cuciture, tagli, cartamodelli: un percorso che ripeterei assolutamente. Mi piaceva e mi piace l’idea di imprigionarmi in tutte le sapienze costruttive degli abiti più complicati, per poi rivoluzionarli e “distruggerli” a modo mio. È quello che faccio, credo, amo la sperimentazione, le tecniche, i tagli innovativi e le nuove forme”.

E prosegue: “Penso di aver fatto questo da sempre, sono cresciuto copiando a mano tutti i disegni di Capucci e Cardin…mi perdevo in quelle forme scultoree. Diciamo che più che una passione è una linea guida; mi sentirei perso se facessi altro. Ho lavorato in Rai e a Sky per diversi anni. Ora, con il mio marchio, ho dato vita a una nuova linea di borse e gioielli”.

Le vere eroine di oggi? Le mamme che lavorano (con tanti sensi di colpa)

Anche un sondaggio lo rivela: l’azienda Groupon ha intervistato un campione di circa 650 donne, provenienti da tutte le regioni d’Italia e di età compresa per lo più fra i 35 e i 54 anni.

Ben 8 mamme lavoratrici su 10 si sentono “in difetto” nei confronti dei figli: conciliare famiglia e professione non è semplice. E infatti molte delle mamme che lavorano convivono con costanti sensi di colpa (e si dimenticano i loro punti di forza).
Lo rivela Vanity Fair: essere mamma e lavorare equivale a fare l’acrobata. Sì, perché tenere in equilibrio famiglia e professione significa destreggiarsi ogni giorno fra ufficio e figli. Fra riunioni con i clienti e recite scolastiche. Fra mansioni da portare a termine e figli da accompagnare a nuoto.

Anche Un articolo pubblicato su Pianeta Donna ci spiega molto bene alcuni concetti diventati oggi assolutamente attuali.

Sociologicamente la scelta delle donne di cimentarsi nel mondo del lavoro, uscendo dal ruolo tradizionale di casalinghe, si è sviluppata anche sul piano della parità di genere, tuttavia nell’ultimo ventennio le cose sono molto cambiate. Oggi il lavoro si risolve più comunemente in un bisogno materiale: le donne hanno la necessità di guadagnare per contribuire al sostentamento della famiglia. E questo è quanto basta a spiegare moltissimi sacrifici e molte “privazioni emotive”.

LE MAMME CHE LAVORANO RINUNCIANO MOLTO A MALINCUORE AL TEMPO CON I FIGLI E SACRIFICANO FATICOSAMENTE L’ORDINE E LA PERFEZIONE DELLA LORO CASA IN NOME DELLA PRODUTTIVITÀ.

Produttività per le mamme che lavorano non equivale necessariamente a soddisfazione, successo o scalata carrierista, aspetti che possono fare parte del mondo del lavoro di chiunque altri; spesso le madri “corrono contro il tempo” perché hanno un bisogno tangibile, concreto e materialmente comprovabile di guadagnare. I frutti del lavoro delle mamme non sempre costituiscono un di più, sovente servono a riempire il frigorifero e pagare le bollette. Pertanto, le donne che lavorando vanno oltre i bisogni ordinari della famiglia non sono solo delle eroine moderne: sono delle fortunate eroine del giorno d’oggi.

La vita moderna ha un costo elevatissimo, i figli non crescono più come una volta e hanno dei bisogni materiali certamente maggiori, se non massimizzati dalla società moderna, che è innegabilmente improntata al “possedere”. In questo senso il danaro necessario per vivere è certamente tanto, ne serve più di quello che bastava a una famiglia comune un decennio fa.

LE MAMME CHE LAVORANO VIVONO IN MODO EROICO PER UNA SERIE DI MOTIVI.

Senza voler sminuire l’importanza del lavoro domestico, è indubbio che le mamme lavoratrici sono costrette a coordinare il lavoro fuori casa con quello in casa, senza trascurare le necessità organizzative imposte dai diversi impegni dei figli (che non solo vanno accompagnati a scuola, ma anche a calcetto, a chitarra, a prendere lezioni d’inglese e al catechismo, senza contare le feste!).

I principali sensi di colpa secondo il sondaggio su Vanity Fair:

  1. Il senso di colpa più diffuso fra le mamme che lavorano? Quello dovuto alla stanchezza. Un buon 40% delle mamme dichiara di accusare molta stanchezza proprio durante i momenti da dedicare ai figli.
  2. Al secondo posto fra i sensi di colpa più diffusi fra le mamme che lavorano c’è quello dovuto alla fretta. Il 33% delle donne intervistate sa di essere sempre di corsa. E riconosce che le frasi più ricorrenti dette ai figli sono “Fai prestooo!”, “Siamo in ritardo!” e “Muovitiii!”.
  3. Senso di colpa numero tre: la mancanza, sempre secondo il punto di vista delle mamme che lavorano,  di tempo passato insieme ai figli, accompagnato addirittura (per un piccolo 15% del campione) dall’ansia di non essere riconosciute dai propri piccoli.
  4. Al di là dei sensi di colpa, cosa pesa di più alle mamme che lavorano? A questa domanda del sondaggio corrisponde come risposta, per 4 mamme su 10, il timore di gravare sui nonni, che dopo una vita di lavoro avrebbero diritto a godersi la pensione e che, invece, si ritrovano a farsi carico dei nipoti.
  5. Un’altra situazione che pesa alle mamme che lavorano? Per il 23% delle intervistate, l’idea di mollare spesso il proprio pargolo davanti alla tv e ai videogiochi, con il rischio di lasciargli vedere programmi inappropriati e fonti di possibili atteggiamenti sbagliati o aggressivi.
  6. La necessità, per il 20% delle intervistate, di usufruire di un servizio di doposcuola o quello di un centro estivo. Che, per quanto comodi, hanno un costo.
  7. Per il 63% delle mamme, il problema nasce da loro o, per meglio dire, dalle loro paranoie. In molti altri casi, invece – risponde l’11% delle intervistate – il responsabile di tante ansie è il proprio capo, ritenuto poco sensibile e solidale rispetto alle esigenze legate ai figli. Terza fonte di sensi di colpa: il confronto con la propria madre. Che non lavorava e riusciva a dedicarsi al 100% ai figli.
  8. Cosa pensano, invece, i figli, delle loro mamme lavoratrici? Ebbene, per il 32% delle intervistate, i propri figli ritengono di avere una mamma che corre sempre ed è preda di costanti crisi di nervi; per il  30% i propri figli pensano di avere una mamma “fichissima”; per il 28% i propri pargoli le giudicano esemplari. C’è tuttavia un 10% di donne che temono di essere giudicate delle mamme assenti, perché troppo assorbite dal lavoro.

Preferisco l’ordinario allo straordinario, l’intervista a Maria Grazia Tore

Questa settimana vogliamo parlare di una donna reale, si chiama Maria Grazia Tore, di professione fa l’autrice e la poetessa (nome d’arte Luna) e ha una vita…molto particolare. Una donna piena di forza e di grazia, una donna coraggiosa, che, come le nostre 5 protagoniste del film, non si arrende mai…

Il film “Secondo Piano Scala B” racconta la storia di 5 donne che hanno caratteristiche molto diverse fra loro: una è accomodante, una è impulsiva, una non riesce a dire no, un’altra è molto risoluta, e infine una è illusa nel suo presente: quale tipo di donna ti senti di più?
Trovare sempre la soluzione ad ogni problema, impegnarmi in tutto e per tutto – almeno per quanto dipende da me – fare tutto il possibile. Mi rispecchio anche in chi non riesce a dire di no, perché il desiderio fondamentale reciproco di aiutarsi e di aiutare sembra impossibile alla rinuncia. Anche se, purtroppo, bisogna imparare anche a dire di no, ma solo con le circostanze pian piano si definisce il giusto equilibrio; non tutti siamo uguali, non tutti la pensiamo allo stesso modo, è importante rispettare l’opinione di ciascuno, le ideologie, le differenti culture e i sentimenti. Diversamente, non saremo persone, ma standard! Preferisco essere una persona con tutti i miei errori, i miei difetti (forse qualche pregio che lascio valutare a chi mi legge). In tutti i miei aspetti voglio essere sempre vera e sincera.

 Su quale media ti piacerebbe vedere “Secondo Piano Scala B” (cinema, TV, web)?
La risposta istintiva va sulla TV, ma visto l’avanzamento tecnologico forse direi più verso il web. I computer, i vari dispositivi e applicazioni scaricabili ovunque, danno una visione immediata ai programmi, forse del tutto ignari del pericolo che questo comporta nella società odierna e nelle famiglie. Forse sarebbe più utile prendere i nostri figli e portarli all’aria aperta, dialogare, imparare ad ascoltare, riformulare i piccoli gesti umani fatti di sentimento e non di videogiochi o quant’altro i servizi tecnologici offrono! Forse meglio andare in una bella pizzeria e poi al cinema a vedersi “Secondo Piano Scala B”. Sentirsi a casa!

In cosa è stra-ordinaria la tua vita? Quale aneddoto o episodio o evento vissuto ti ha aiutata nella vita di tutti i giorni, nell’ordinario?
Avere una figlia non vedente cambia il tuo modo di vedere. Non più attraverso gli occhi, ma con il cuore si determina la mia quotidianità. Scrivere, esprimere le proprie emozioni, condividere ciò che si ha nel cuore, avere fede, pazienza e speranza per poter incoraggiare gli altri a non arrendersi mai, quando tutto è difficile, quando tutto è buio…una piccola luce, seppur piccola, fa la differenza! Non voglio essere niente e nessuno, non voglio essere neanche ascoltata! Non voglio parlare per dire la mia, non voglio esistere per essere un numero in più tra la gente! Preferisco il silenzio al rumore assordante, preferisco una lacrima alla ragione, preferisco l’ordinario allo straordinario! Ma se siamo chiamati a svolgere un compito, una responsabilità, un’opinione, uno stile di vita, allora mi schiero in prima fila, esco allo scoperto, dico la mia, indago, faccio ricerche, cerco la soluzione al problema, mi avvalgo di collaboratori che mi guidano e mi indirizzano nei luoghi giusti, non mi fermo mai al primo tentativo, o al primo fallimento, vado avanti, perseguo la meta. Quando il percorso è difficile, segnato da numerosi ostacoli, allora sono ancora più forte, reagisco all’ignoto per raggiungere l’obiettivo! Auguro alle protagoniste di questo film di trarre il meglio da ogni situazione, perché le eroine non dobbiamo vederle solo al cinema o nelle situazioni irreali, sono persone come noi, nel quotidiano con una forza in più, un obiettivo in comune unito alle loro capacità e complessità personali, integrative e sociali. Ogni giorno dobbiamo essere in azione per lasciare qualcosa di nostro a dei valori che stanno scomparendo. Allora vedremo il serial più bello e creativo perché saranno il coraggio, l’audacia e la costanza delle protagoniste a lasciare un segno.